Due giovani amiche senza alcun problema di soldi, si sballano continuamente di cocaina che fa da collante tra le due e rafforza, sniffata dopo sniffata, il loro rapporto simbiotico dove l’amicizia si confonde con l’amore. Si chiamano Bianca e Angelica, sono le protagoniste de L’Albero, dal 20 marzo al cinema, e sono interpretate dalle due interessantissime e lanciatissime nuove leve del cinema italiano: Tecla Insolia (L’arte della gioia) e Carlotta Gamba (Dostoejvski), dirette da Sara Petraglia.
Entrambe, ma soprattutto Angelica, si ripetono che stanno esagerando, che la situazione diventa pericolosa, eppure non si fermano. “Penso che ogni tipo di cosa sbagliata nasca da un disagio, da una sofferenza, dal bisogno di colmare qualcosa che dentro di noi manca” ci dice Tecla Insolia nella nostra videointervista. “Per loro è come se il tempo si fermasse: questa dipendenza è uno sfuggire a se stesse, si potrebbe fare un film sul ‘dopo’ di Bianca e Angelica e su come potrebbero essere senza la dipendenza” aggiunge Carlotta Gamba.
La bolla d’aria in cui convivono, nella quale a volte manca l’ossigeno, le isola completamente dalla vita vera. Bianca ha 23 anni che le pesano già, perché la giovinezza è dolorosa e sta già finendo scrive, o vorrebbe scrivere, sul suo quaderno diario, è andata via di casa e non frequenta mai l’Università, le sue ossessioni sono il tempo che se ne va, la cocaina e Angelica, che di tanto in tanto manifesta la sua insofferenza. Ma delle cose nella loro vita ci sono: c’è Leopardi, c’è la bicicletta e c’è l’albero di cui Bianca si innamora, trsformandolo in un’ossessione, ma è qualcosa che sta fuoi di lei, esiste, è vero. No è semplice, o forse neanche necessario dare un senso a tutto questo: “Noi stesse abbiamo idee molto diverse su questo film – ci confida Carlotta Gamba – e questa è anche la sua forza, un film che non ti spiega niente, ma ti lascia immaginare”.
Ma sicuramente questo scorrere lento un po’ offuscato è più di un’immaginazione per la regista de L’Albero Sara Petraglia: “Era il tentativo di elaborare un vissuto denso, traumatico, ma anche felice. Di trasformare in parole il sentimento della nostalgia. Ed era il tentativo di riportare indietro cose che se ne stavano andando o se n’erano già andate. Per questo pensavo che questa storia riguardasse solo me. Ma dopo averscritto il film, ho capito che poteva parlare anche ad altri. Un film in cui dire la dipendenza come uno snodo critico della vita, che insieme distrugge e regala una diversa conoscenza di sé, dell’amicizia, dell’amore, che cerca di raccontare la morte senza raccontare la malattia. Ma più di tutto, ho pensato che sarebbe stato bello mettere in scena l’importanza del racconto stesso: scrivere un diario, scrivere sui post-it, scrivere suimuri, narrare. E reinventare la propria storia“. La nostra videointervista a Tecla Insolia e Carlotta Gamba, e il nostro videoincontro con Sara Petraglia: